Buondì, come sta andando?
Siamo alla 2° Week della nostra Summer Edition.

 

La settimana scorsa, in compagnia di Saverio Russo, abbiamo parlato dell’Effetto della Regina Rossa, che può essere vista come una gara in cui le performance di ogni azienda dipende dal fatto che l’azienda eguagli o superi le azioni dei rivali. Esistono dei modi per assicurarsi una serena sopravvivenza, ne trovi 3 nel Touchpoint 61°↗

 

Oggi con noi Andrea Virgilio
CEO & Chief Happiness Officer | Heply

 

GO↓ 

La tecnologia può avere un lato emotivo?

Per lei siamo tutti uguali.

 

Oggi parliamo di tecnologia. Ma non solo, anche di emozioni. Prima, però. Facciamo un passo indietro. La società in cui viviamo tutti noi viene ad oggi definita Società dell’informazione”. 

 

Con questa definizione possiamo già comprendere come l’informazione sia attualmente accessibile a tutti: l’avvento delle nuove tecnologie nella quotidianità di ogni individuo ha definito infatti un cambiamento dirompente e pervasivo con cui si sono plasmate nuove forme di comunicazione, di vivere e di interagire con il prossimo, di lavorare e persino di fare politica.

 

Questo è possibile in quanto la tecnologia ha permesso di valicare i tradizionali limiti spazio-temporali in termini di mobilità. Che io sia a casa, in ufficio, in spiaggia o al bar, se sono munito del mio smartphone potrò facilmente rispondere ad una mail portando avanti un’attività come se fossi seduto davanti alla mia scrivania in ufficio.

 

In tutto ciò, ed è qui che la mia riflessione intende partire, il sistema tecnologico viene utilizzato da ognuno di noi nello stesso modo: in altre parole, è l’uomo che si adatta alla tecnologia.

 

Se ci fermiamo a pensaci per un momento: per quanto un dispositivo come un computer possa presentare un’operatività differente (pensiamo al confronto storico Mac-Windows) o per quanto ci possano essere programmi di posta elettronica diversi, alla fine devi sceglierne uno tra quelli disponibili. Dunque tutti quanti ci ritroviamo alla fine a compiere lo stesso gesto per ottenere lo stesso risultato. Che questo rappresenti accendere un computer o inviare una mail: siamo noi che andiamo incontro alla tecnologia e ci adeguiamo ai limiti della stessa.  E lei, dalla sua parte, ci pone davanti un muro -non sempre evidente- per il quale se non sei in grado di andarle incontro, sei fuori dai giochi.

 

Ecco perché i nostri nonni non sono capaci di padroneggiare al nostro stesso livello i dispositivi tecnologici: non perché non siano volenterosi di farlo (non sempre, almeno), ma perché la tecnologia non glielo permette. E questo produce importanti ripercussioni se contestualizzato in ambito sanitario, burocratico, ed amministrativo, e ci spiega perché in posta troviamo sempre prima di noi un anziano in fila che avrebbe potuto ricaricare il suo cellulare da casa ma non gli è stato permesso per via della sua ignoranza nell’adoperare quello che a noi sembra un banalissimo cellulare.

 

La società basata sulle tecnologie dell’informazione rappresenta ad oggi infatti ancora un fattore discriminatorio e di esclusione. Per quanto “facile” ed accessibile, pecca nel suo essere non sufficientemente intuitiva. Banalmente, a parte il fattore età, elementi come il titolo di studio, il livello culturale e la fascia di reddito sanciscono in modo fondamentale il grado di adesione e fruizione delle nuove forme tecnologiche.

 

Siamo noi che riconosciamo la tecnologia, mentre per lei siamo tutti uguali. Non ce ne rendiamo conto perché pensiamo di averla in pugno, invece è proprio lei ad essere rigida e standardizzata e noi ad essere adattivi e flessibili.  La tecnologia non cambia, che tu sia triste o felice il suo modo di porsi sarà sempre il medesimo. Sarebbe importante invece distinguere gli stati d’animo del fruitore tecnologico sfruttando in modo differente i molteplici mezzi già ad oggi esistenti come ad esempio il riconoscimento vocale e l’eye-tracking. Questi strumenti uniti ad esempio all’intelligenza artificiale potrebbe permettere di far percepire un particolare stato d’animo per consentire alla tecnologia di adeguarsi di conseguenza.

 

Per quanto siano stati compiuti dei passi in avanti nella personalizzazione delle interfacce e dell’esperienza utente, come ad esempio l’avvento dell’assistenza vocale sopra menzionata, c’è ancora molto da fare. Sono interfacce che permettono ad un pubblico più ampio di accedere ma sono ben distanti da quello che potrebbero effettivamente fare.

Ciò che manca è l’Empatia

Il futuro dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale.

 

Intesa come capacità di inserirsi nel paradigma di vista e nella prospettiva altrui, in un futuro prossimo si dovrebbero invertire le carte e far sì che sia la tecnologia a fare a sua volta un passo verso di noi, riconoscendo le nostre peculiarità e -soprattutto- le nostre lacune. Basti pensare agli ipovedenti o specialmente a chi presenta dei problemi cognitivi che ad oggi non gli permettono di appartenere alla classe dei fruitori tecnologici.

 

Cosa mi aspetto in futuro dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale?

 

→ Le interfacce ci riconoscano:
Personalizzando l’esperienza in base alle nostre caratteristiche e le nostre lacune, modificando le strutture delle interfacce a cui ci espone, ciò permetterebbe di colmare l’attuale divario digitale.

 

→ Le tecnologie si adattino ai livelli di cultura e di educazione:
L’interazione vocale dovrebbe implementare ed inglobare differenti e molteplici gradi di cultura, in particolare per quanto riguarda il vocabolario ed la comunicazione personale.

 

→ Le tecnologie si adattino al nostro stato d’umore:
Nel momento in cui ci si sente compresi e ascoltati, il nostro benessere psicofisico ne trae beneficio in maniera immediata. Se quindi i nostri assistenti vocali, i nostri computer e i nostri smartphone fossero in grado di intercettare il nostro stato emotivo, questo ci permetterebbe di stabilire una relazione non più unilaterale con gli stessi bensì reciproca e condivisa. Il che renderebbe possibile non solo di modulare i sistemi a seconda del mood dell’individuo ma anche -e soprattutto- di captare campanelli di allarme in caso di alterazioni psicologiche silenti e potenzialmente pericolose per la salute dello stesso.

 

Basti pensare a quante volte si va alla ricerca della sola compagnia tecnologica nel momento in cui si desidera “staccare” dalla quotidianità sociale o non si ha voglia di avere a che fare con la sfera sociale.  Pretendere maggiore empatia ed uguaglianza alla tecnologia emergente significa contribuire alla possibilità per le generazioni future di disporre di un sostegno emotivo evoluto e affidabile.

 

Intelligenza emotiva e artificiale non possono più escludersi vicendevolmente, ma anzi essere considerati rami dello stesso albero.

 

Quello della Tecnologia Emotiva.

 

Questo è Remarks. Il Touchpoint digitale di Catobi. Se ti fa piacere continuare a parlare di questi temi, ti basta iscriverti qui→

Carlo Tommaso Bisaccioni | Catobi

Buondì, come sta andando?
Siamo alla 2° Week della nostra Summer Edition.

 

La settimana scorsa, in compagnia di Saverio Russo, abbiamo parlato dell’Effetto della Regina Rossa, che può essere vista come una gara in cui le performance di ogni azienda dipende dal fatto che l’azienda eguagli o superi le azioni dei rivali. Esistono dei modi per assicurarsi una serena sopravvivenza, ne trovi 3 nel Touchpoint 61°↗

 

Oggi con noi Andrea Virgilio
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La tecnologia può avere un lato emotivo?

Per lei siamo tutti uguali.

 

Oggi parliamo di tecnologia. Ma non solo, anche di emozioni. Prima, però. Facciamo un passo indietro. La società in cui viviamo tutti noi viene ad oggi definita Società dell’informazione”. 

 

Con questa definizione possiamo già comprendere come l’informazione sia attualmente accessibile a tutti: l’avvento delle nuove tecnologie nella quotidianità di ogni individuo ha definito infatti un cambiamento dirompente e pervasivo con cui si sono plasmate nuove forme di comunicazione, di vivere e di interagire con il prossimo, di lavorare e persino di fare politica.

 

Questo è possibile in quanto la tecnologia ha permesso di valicare i tradizionali limiti spazio-temporali in termini di mobilità. Che io sia a casa, in ufficio, in spiaggia o al bar, se sono munito del mio smartphone potrò facilmente rispondere ad una mail portando avanti un’attività come se fossi seduto davanti alla mia scrivania in ufficio.

 

In tutto ciò, ed è qui che la mia riflessione intende partire, il sistema tecnologico viene utilizzato da ognuno di noi nello stesso modo: in altre parole, è l’uomo che si adatta alla tecnologia.

 

Se ci fermiamo a pensaci per un momento: per quanto un dispositivo come un computer possa presentare un’operatività differente (pensiamo al confronto storico Mac-Windows) o per quanto ci possano essere programmi di posta elettronica diversi, alla fine devi sceglierne uno tra quelli disponibili. Dunque tutti quanti ci ritroviamo alla fine a compiere lo stesso gesto per ottenere lo stesso risultato. Che questo rappresenti accendere un computer o inviare una mail: siamo noi che andiamo incontro alla tecnologia e ci adeguiamo ai limiti della stessa.  E lei, dalla sua parte, ci pone davanti un muro -non sempre evidente- per il quale se non sei in grado di andarle incontro, sei fuori dai giochi.

 

Ecco perché i nostri nonni non sono capaci di padroneggiare al nostro stesso livello i dispositivi tecnologici: non perché non siano volenterosi di farlo (non sempre, almeno), ma perché la tecnologia non glielo permette. E questo produce importanti ripercussioni se contestualizzato in ambito sanitario, burocratico, ed amministrativo, e ci spiega perché in posta troviamo sempre prima di noi un anziano in fila che avrebbe potuto ricaricare il suo cellulare da casa ma non gli è stato permesso per via della sua ignoranza nell’adoperare quello che a noi sembra un banalissimo cellulare.

 

La società basata sulle tecnologie dell’informazione rappresenta ad oggi infatti ancora un fattore discriminatorio e di esclusione. Per quanto “facile” ed accessibile, pecca nel suo essere non sufficientemente intuitiva. Banalmente, a parte il fattore età, elementi come il titolo di studio, il livello culturale e la fascia di reddito sanciscono in modo fondamentale il grado di adesione e fruizione delle nuove forme tecnologiche.

 

Siamo noi che riconosciamo la tecnologia, mentre per lei siamo tutti uguali. Non ce ne rendiamo conto perché pensiamo di averla in pugno, invece è proprio lei ad essere rigida e standardizzata e noi ad essere adattivi e flessibili.  La tecnologia non cambia, che tu sia triste o felice il suo modo di porsi sarà sempre il medesimo. Sarebbe importante invece distinguere gli stati d’animo del fruitore tecnologico sfruttando in modo differente i molteplici mezzi già ad oggi esistenti come ad esempio il riconoscimento vocale e l’eye-tracking. Questi strumenti uniti ad esempio all’intelligenza artificiale potrebbe permettere di far percepire un particolare stato d’animo per consentire alla tecnologia di adeguarsi di conseguenza.

 

Per quanto siano stati compiuti dei passi in avanti nella personalizzazione delle interfacce e dell’esperienza utente, come ad esempio l’avvento dell’assistenza vocale sopra menzionata, c’è ancora molto da fare. Sono interfacce che permettono ad un pubblico più ampio di accedere ma sono ben distanti da quello che potrebbero effettivamente fare.

Ciò che manca è l’Empatia

Il futuro dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale.

 

Intesa come capacità di inserirsi nel paradigma di vista e nella prospettiva altrui, in un futuro prossimo si dovrebbero invertire le carte e far sì che sia la tecnologia a fare a sua volta un passo verso di noi, riconoscendo le nostre peculiarità e -soprattutto- le nostre lacune. Basti pensare agli ipovedenti o specialmente a chi presenta dei problemi cognitivi che ad oggi non gli permettono di appartenere alla classe dei fruitori tecnologici.

 

Cosa mi aspetto in futuro dell’evoluzione dell’intelligenza artificiale?

 

→ Le interfacce ci riconoscano:
Personalizzando l’esperienza in base alle nostre caratteristiche e le nostre lacune, modificando le strutture delle interfacce a cui ci espone, ciò permetterebbe di colmare l’attuale divario digitale.

 

→ Le tecnologie si adattino ai livelli di cultura e di educazione:
L’interazione vocale dovrebbe implementare ed inglobare differenti e molteplici gradi di cultura, in particolare per quanto riguarda il vocabolario ed la comunicazione personale.

 

→ Le tecnologie si adattino al nostro stato d’umore:
Nel momento in cui ci si sente compresi e ascoltati, il nostro benessere psicofisico ne trae beneficio in maniera immediata. Se quindi i nostri assistenti vocali, i nostri computer e i nostri smartphone fossero in grado di intercettare il nostro stato emotivo, questo ci permetterebbe di stabilire una relazione non più unilaterale con gli stessi bensì reciproca e condivisa. Il che renderebbe possibile non solo di modulare i sistemi a seconda del mood dell’individuo ma anche -e soprattutto- di captare campanelli di allarme in caso di alterazioni psicologiche silenti e potenzialmente pericolose per la salute dello stesso.

 

Basti pensare a quante volte si va alla ricerca della sola compagnia tecnologica nel momento in cui si desidera “staccare” dalla quotidianità sociale o non si ha voglia di avere a che fare con la sfera sociale.  Pretendere maggiore empatia ed uguaglianza alla tecnologia emergente significa contribuire alla possibilità per le generazioni future di disporre di un sostegno emotivo evoluto e affidabile.

 

Intelligenza emotiva e artificiale non possono più escludersi vicendevolmente, ma anzi essere considerati rami dello stesso albero.

 

Quello della Tecnologia Emotiva.

 

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