Buondì, come sta andando?
Siamo alla 4° Week della nostra Summer Edition.

 

La settimana scorsa, in compagnia di Raffaele Gaito, abbiamo parlato dell’importanza della Pazienza, di cosa significa essere pazienti e perché oggi, più che mai, è fondamentale. La pazienza non è la capacità di saper aspettare, ma è quello che facciamo mentre aspettiamo. Noi possiamo decidere come usare il nostro tempo d’attesa. Questa è una delle definizioni che Raffaele ci ha presentato nel Touchpoint 63°↗

 

Oggi con noi Mario Moroni
Autore “StartUp di Merda”

 

GO↓ 

Imparare a Parlare Digitale

L’inganno del palco e del collegamento remoto che ci mette a nudo.

 

Tutti commettiamo l’errore di paragonare il public speaking con il digital public speaking. Forse illusi dalla novità dello strumento digitale in pandemia e infatuati dall’#andràtuttobene di televisiva memoria.

 

Siamo portati a pensare erroneamente che parlare in pubblico sia lo stesso che parlare attraverso il digitale. Se devo essere sincero avrei da ridire anche sull’abilità di alcuni professionisti e imprenditori quando salgono sul palco e cercano di fare battute forzate per ingraziarsi la platea. Ma questa è tutta un’altra storia. Per ora. Ipotizziamo di essere tutti ottimi public speaker!

 

La notizia è che se sei un ottimo relatore e comunicatore sul palco non sarai automaticamente un ottimo speaker in digitale. È come se un runner, abituato a correre tutte le settimane maratone a piedi, pensasse di essere automaticamente un ottimo ciclista o un motociclista alla Valentino Rossi.

 

Certo hai un punto di vantaggio, l’allenamento, ma il mezzo è diverso.
E l’esperienza pure. 
Le differenze sono molte, alcune evidenti, come la mancanza di contesto o la sola presenza digitale e altre sono più riflessive come “dove guardo se non ci sono persone” oppure “come faccio a capire se sto andando bene”.

 

Nei primissimi mesi di pandemia è stato chiaro a tutti, grazie alla quantità infinita di call maledette a cui ci siamo stati sottoposti, che parlare, convincere e vendere in diretta tramite il digitale è veramente complicato.

 

Ci si annoia facilmente e quindi la novità sfuma, siamo tentati di spegnere microfono e camera per far finta di ascoltare “quella riunione/speech” mentre rispondiamo alle mail, scriviamo su whatsapp o altro.

Perché commettiamo questo errore?

L’intenzione deriva dall’organizzazione mentale e di esecuzione.

 

Tutti si soffermano, sbagliando, sulla parte tecnica, ovvero quale camera uso, quale luce, quale microfono ma in pochi cercando di allenare lo strumento più importante, noi stessi. E finisce qui perché, al di là di discorsi motivazionali o hippie, ci sono una miriade di sfaccettature che non abbiamo mai studiato davvero. Per esempio, all’interno del nostro “studio fisico/biologico” chiamato essere umano ci sono diversi strumenti ancora più specifici: la voce, lo sguardo, la postura, ecc.

 

Avete mai notato che quelli più bravi sanno stare dritti e fermi durante tutto l’intervento? Oppure che respirano bene e non si affannano nel microfono? A parità di contenuto non c’è gara, chi convince / chi vende è quello preparato nello strumento biologico non tecnico. Perché?

 

Oltre nell’abilità conta sempre di più l’intenzione.
L’intenzione deriva dall’organizzazione mentale e di esecuzione.

 

Sapere cosa fare nel momento giusto, sapere far le pause giuste ed eliminare le cantilene noiose. Se non fosse così basterebbe comprare un microfono o una luce colorata. E lo farebbero tutti, invece c’è una scorciatoia. Devi lavorarci sopra. Ed essere bravo. Al giorno d’oggi essere bravi nel proprio lavorare è scontato. Fare il passo in più quello che comporta una sfida e un superamento personale rispetto agli altri, è decisivo.

 

Inoltre, allenare le nostre abilità che ci appassionano come la comunicazione ci impone, deve essere un esercizio giornaliero. Ripetuto e ancora ripetuto.

 

Abilità, costanza, esercizio.

 

Niente di sexy o cool come ti raccontano le stories di Instagram.
Lo so cosa stati pensando. Ora che la pandemia si sta (fortunatamente direi) risolvendo, tornerà tutto come prima, “cosa me ne faccio di questa abilità?!”.

 

I numeri ci dicono l’opposto.

 

L’abitudine che abbiamo appreso in questi lunghi mesi sarà difficile da togliere. I micro-eventi diventeranno eventi dal vivo con streamyard o simila, i primi colloqui video call, il primo step per una startup con un investitore webinar, ecc.

 

L’abilità nel digital public speaking diventerà nel breve come sapere utilizzare la mail. E la differenza con chi non avrà questa abilità, verrà vista dal resto del mondo lavorativo come QUELLOCHESCRIVEINCAPS, quello che scrive la mail nello spazio per l’oggetto o altre diavolerie da boomer o inadatto al digitale.

 

Non porsi oggi il problema o l’opportunità di investire in se stessi e migliorare come comunichiamo e ci vendiamo online è da folli.

 

Imparare a parlare in digitale è la vera sfida di ogni professionista.

 

Questo è Remarks. Il Touchpoint digitale di Catobi. Se ti fa piacere continuare a parlare di questi temi, ti basta iscriverti qui→

Carlo Tommaso Bisaccioni | Catobi

Buondì, come sta andando?
Siamo alla 4° Week della nostra Summer Edition.

 

La settimana scorsa, in compagnia di Raffaele Gaito, abbiamo parlato dell’importanza della Pazienza, di cosa significa essere pazienti e perché oggi, più che mai, è fondamentale. La pazienza non è la capacità di saper aspettare, ma è quello che facciamo mentre aspettiamo. Noi possiamo decidere come usare il nostro tempo d’attesa. Questa è una delle definizioni che Raffaele ci ha presentato nel Touchpoint 63°↗

 

Oggi con noi Mario Moroni
Autore “StartUp di Merda”

 

GO↓ 

Imparare a Parlare Digitale

L’inganno del palco e del collegamento remoto che ci mette a nudo.

 

Tutti commettiamo l’errore di paragonare il public speaking con il digital public speaking. Forse illusi dalla novità dello strumento digitale in pandemia e infatuati dall’#andràtuttobene di televisiva memoria.

 

Siamo portati a pensare erroneamente che parlare in pubblico sia lo stesso che parlare attraverso il digitale. Se devo essere sincero avrei da ridire anche sull’abilità di alcuni professionisti e imprenditori quando salgono sul palco e cercano di fare battute forzate per ingraziarsi la platea. Ma questa è tutta un’altra storia. Per ora. Ipotizziamo di essere tutti ottimi public speaker!

 

La notizia è che se sei un ottimo relatore e comunicatore sul palco non sarai automaticamente un ottimo speaker in digitale. È come se un runner, abituato a correre tutte le settimane maratone a piedi, pensasse di essere automaticamente un ottimo ciclista o un motociclista alla Valentino Rossi.

 

Certo hai un punto di vantaggio, l’allenamento, ma il mezzo è diverso.
E l’esperienza pure. 
Le differenze sono molte, alcune evidenti, come la mancanza di contesto o la sola presenza digitale e altre sono più riflessive come “dove guardo se non ci sono persone” oppure “come faccio a capire se sto andando bene”.

 

Nei primissimi mesi di pandemia è stato chiaro a tutti, grazie alla quantità infinita di call maledette a cui ci siamo stati sottoposti, che parlare, convincere e vendere in diretta tramite il digitale è veramente complicato.

 

Ci si annoia facilmente e quindi la novità sfuma, siamo tentati di spegnere microfono e camera per far finta di ascoltare “quella riunione/speech” mentre rispondiamo alle mail, scriviamo su whatsapp o altro.

Perché commettiamo questo errore?

L’intenzione deriva dall’organizzazione mentale e di esecuzione.

 

Tutti si soffermano, sbagliando, sulla parte tecnica, ovvero quale camera uso, quale luce, quale microfono ma in pochi cercando di allenare lo strumento più importante, noi stessi. E finisce qui perché, al di là di discorsi motivazionali o hippie, ci sono una miriade di sfaccettature che non abbiamo mai studiato davvero. Per esempio, all’interno del nostro “studio fisico/biologico” chiamato essere umano ci sono diversi strumenti ancora più specifici: la voce, lo sguardo, la postura, ecc.

 

Avete mai notato che quelli più bravi sanno stare dritti e fermi durante tutto l’intervento? Oppure che respirano bene e non si affannano nel microfono? A parità di contenuto non c’è gara, chi convince / chi vende è quello preparato nello strumento biologico non tecnico. Perché?

 

Oltre nell’abilità conta sempre di più l’intenzione.
L’intenzione deriva dall’organizzazione mentale e di esecuzione.

 

Sapere cosa fare nel momento giusto, sapere far le pause giuste ed eliminare le cantilene noiose. Se non fosse così basterebbe comprare un microfono o una luce colorata. E lo farebbero tutti, invece c’è una scorciatoia. Devi lavorarci sopra. Ed essere bravo. Al giorno d’oggi essere bravi nel proprio lavorare è scontato. Fare il passo in più quello che comporta una sfida e un superamento personale rispetto agli altri, è decisivo.

 

Inoltre, allenare le nostre abilità che ci appassionano come la comunicazione ci impone, deve essere un esercizio giornaliero. Ripetuto e ancora ripetuto.

 

Abilità, costanza, esercizio.

 

Niente di sexy o cool come ti raccontano le stories di Instagram.
Lo so cosa stati pensando. Ora che la pandemia si sta (fortunatamente direi) risolvendo, tornerà tutto come prima, “cosa me ne faccio di questa abilità?!”.

 

I numeri ci dicono l’opposto.

 

L’abitudine che abbiamo appreso in questi lunghi mesi sarà difficile da togliere. I micro-eventi diventeranno eventi dal vivo con streamyard o simila, i primi colloqui video call, il primo step per una startup con un investitore webinar, ecc.

 

L’abilità nel digital public speaking diventerà nel breve come sapere utilizzare la mail. E la differenza con chi non avrà questa abilità, verrà vista dal resto del mondo lavorativo come QUELLOCHESCRIVEINCAPS, quello che scrive la mail nello spazio per l’oggetto o altre diavolerie da boomer o inadatto al digitale.

 

Non porsi oggi il problema o l’opportunità di investire in se stessi e migliorare come comunichiamo e ci vendiamo online è da folli.

 

Imparare a parlare in digitale è la vera sfida di ogni professionista.

 

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