Buondì, come sta andando?
Siamo alla 10° Week della nostra Summer Edition.

 

La settimana scorsa, in compagnia di Federico Sbandi abbiamo parlato di come la pigrizia intellettuale è una patologia che insegue la maggior parte delle persone lungo tutto il percorso di vita e condanna il loro destino in modo ineluttabile. Federico, attraverso il racconto della sua esperienza, ha condiviso un decalogo che ha stilato per aiutarci compiere la scelta migliore per noi stessi e il nostro sviluppo di carriera che trovi nel Touchpoint 69°↗

 

Oggi con noi Stefania Padoa
Founder e General Manager | Grow Executive & 30min

 

GO↓

Once Upon A time, Before Covid -19

Ho visto aziende che voi umani…

 

C’era una volta una bambina che amava imparare. Oltre ad imparare le piaceva molto anche insegnare. Quando qualcuno le chiedeva Cosa vuoi fare da grande?” (domanda che oggi sconsiglio di fare ai bambini, se non volete fare la fine di chi chiede “dove si vede fra cinque anni”, ndr) rispondeva sicura: “L’insegnante!”.

 

I più si accontentavano di quella risposta, molto allineata alle aspettative che per l’epoca potevano esserci per una futura giovane donna. Alcuni – pochissimi, per la verità – chiedevano: “Perché?”. E a quel punto il volto della bambina si illuminava. E diceva: “Perché imparare è la cosa più bella del mondo. E io voglio aiutare tutti i bambini del mondo ad imparare sempre più cose. Perché imparare è davvero bellissimo!”.

 

Quella bambina oggi lavora con gli adulti. Non lavora in una scuola, ma lavora nelle aziende. E per tanti anni ha girato l’Italia e l’Europa portando in aula quel suo antico proponimento: aiutare “tutti i bambini del mondo” (sì, anche quelli un po’ cresciuti, ma in fondo chi è l’adulto se non il bambino che è stato?) a scoprire la bellezza dell’apprendimento. Perché l’apprendimento è la chiave dello sviluppo e dell’evoluzione dell’essere umano ed è un processo fisiologico, spontaneo, gioioso. E la missione della bambina si è fatta un po’ più complessa (del resto si sa, gli adulti complicano le cose): supportare le organizzazioni nei processi di cambiamento, attraverso lo sviluppo armonico delle persone. 

 

E così la bambina, giorno dopo giorno, ha visto tante cose.

 

Per esempio ha visto aziende organizzare team building a scopo benefico. Costruire giocattoli da donare ad un ospedale pediatrico. Ha visto cucinare e preparare pasti da distribuire a qualche Onlus. Ha partecipato, facilitato e guidato meeting in cui si pronunciavano paroloni: “valori”, “team”, “collaborazione”, “coraggio”, “generosità”. Ha creduto che quelle parole fossero vere. Tornava a casa la sera, stanca ma felice, pensando di aver contribuito in qualche modo all’inizio di qualcosa di nuovo. Il giorno dopo le hanno raccontato, in quella stessa azienda, di email al vetriolo mandate da quello stesso manager che, il giorno prima, si faceva un commovente selfie con i bambini increduli. E la bambina ha storto il naso, per la prima volta. Ma ha continuato a fare quello che faceva.

 

Ha visto aziende allestire cucine colorate e funzionali. Offrire gelati, frutta e salutari insalate d’estate; zuppe calde inverno. Andava spesso in quelle aziende, d’estate e d’inverno: notava che i mal di pancia delle persone c’erano in tutte le stagioni. Eppure il cibo era ottimo. E storceva il naso, ma continuava la sua vita.

 

Ha visto aziende con l’ultimo modello di biliardino, di ping pong, con la biblioteca, con il simulatore di realtà virtuale, con il solarium, con la piscina a sfioro, con il ponte tibetano, con la piscina di palline, con la zona relax. Ogni volta che andava da loro usciva stressata. Continuava la sua vita, ma le frullavano in testa sempre più frequentemente alcune domande, per esempio:

 

E se le Persone avessero bisogno di provare emozioni positive non una volta l’anno nei team building, ma tutti i giorni? E se avessero bisogno di mangiare senza che il boccone vada di traverso? Magari anche a casa propria e non solo nei sofisticatissimi ristoranti aziendali? E se volessero rilassarsi non in azienda, ma a casa propria? E se volessero stare di più a casa propria, invece che nel traffico, poi in ufficio e poi di nuovo nel traffico, 15-16 ore ogni giorno?

 

Le domande che si faceva le poneva prima di tutto a se stessa, interrogandosi sul senso di quello che stava facendo. Ogni tanto si rendeva conto di lavorare troppo, ma non riusciva a fermarsi, era più forte di lei. Si fermò – o meglio, ricorda che il mondo iniziò a girare ad una velocità diversa – solo quando, in una calda notte di maggio, piombò nella sua vita una creaturina urlante di neanche tre kg. Lì si fermò. E vivendo un tempo diverso, fatto di interminabili giorni e soprattutto di interminabili notti, ripensò a tutte quelle ore passate in autostrada o in stazione, a muoversi senza mai viaggiare veramente, a consumare chilometri, energie e sorrisi nella speranza di contribuire a cambiare anche solo qualcosa di piccolo e infinitesimale nella vita delle persone.

Un nero più nero del cigno

Forse non siamo così tanto diversi

 

Forse anche tu che leggi questo Remarks sai di cosa sto parlando. Forse anche il tuo stile di vita era (o forse è, nulla di male) simile a quello che ti ho descritto. Ma lasciami proseguire nella favola, perché come in tutte le favole c’è uno svolgimento a cui segue una dolorosa ricerca di un nuovo equilibrio. Il classico viaggio dell’Eroe, in buona sostanza.

 

Dov’ero rimasta? Ah sì. Ecco. Dove arriva il bello. Si era fermata. E si sentiva terribilmente in colpa per questo. Tagliata fuori dalla frenesia in cui aveva vissuto per anni, impiegò pochi mesi – con non poca fatica e versando non poche lacrime – a tornare alla “vita di prima”, che comunque aveva un sapore diverso. 

 

Ogni tanto leggeva di organizzazioni che avevano abbracciato uno stile di lavoro remoto, per sempre e per tutti, fornitori compresi e pensava: “Come sarebbe bello! Meno corse, meno ore spese nel traffico, meno angosce per le code o gli incidenti in autostrada” e subito dopo aggiungeva “Impossibile. Questo lavoro richiede presenza. Davvero impossibile”. E del resto, le poche volte che, stravolta dalla stanchezza, aveva proposto ad un cliente di incontrarsi in remoto (sì, Zoom esisteva anche nel 2019) si era sentita rispondere che la sua presenza era indispensabile.

 

Il 21 febbraio 2020, improvvisamente, quella presenza divenne meno indispensabile. Il resto lo sappiamo.

 

Ora basta parlare di me, anche se, se vuoi sapere come prosegue la storia, sarò felice di raccontartela (sì, perché ci sono decisamente dei colpi di scena). Prendiamoci pure 30min insieme, mi trovi su LinkedIn↗

 

Scrivo questo Remarks durante l’estate 2021. Siamo al secondo anno di pandemia, una pandemia che non intende ancora mollare il colpo. Un secondo anno di pandemia in cui il più delle volte, nonostante l’arcobaleno dei colori in cui transitavano le nostre Regioni, abbiamo visto nero. Un nero più nero del cigno.

Millenial Fatti più in la

Tutto il resto è retorica e zuccheroso Employer Branding.

 

Si sa, molti Millennials si sono fatti affascinare da benefit luccicanti. Poi però è arrivata la pandemia, e una volta chiusi in casa se anche in azienda hai la piscina te ne fai poco. Soprattutto se hai avuto a che fare con tamponi, DAD e altre amenità: quella piscina, che magari hai usato due volte in tutto perché poi – parliamoci sempre chiaro – non è che vai in azienda per farti una nuotata – perde ancora di più appeal.

 

Eh sì. Durante i lockdown abbiamo capito che esistono poche, pochissime cose indispensabili per stare bene. Tutto il resto è retorica e zuccheroso Employer Branding.

 

Millennials attempati e meno attempati, ma anche tanti Zeta, se vogliamo usare questa logica che vede contrapposti i noi e i loro, la “nostra generazione” e la “loro generazione” – logica che abbatterei volentieri, dal momento che i confini sono molto più sfumati – hanno sbattuto il naso nella ricerca di questi benefit. Li hanno cercati, ne hanno usufruito, beandosi di stare in un ufficio più bello, più grande, più confortevole, più luminoso di casa propria. Ma siamo sicuri che questi benefit siano stati davvero fonte di retention (usiamo questa parola, come “quelli bravi”)? La soddisfazione sul luogo di lavoro, il sentirsi parte di qualcosa di più grande di noi, arriva davvero dalla piscina aziendale? O arriva, forse, dalla creazione di un luogo sicuro – quella sicurezza psicologica di cui tutti parlano, ma che pochi creano, guarda un po’ -, dal costruire giorno per giorno un ambiente in cui anche i Minimi Comportamenti Quotidiani parlino di rispetto reciproco?

 

Sai, questa domanda me la sono posta già tante volte. La risposta è ovvia: meno ovvio è costruire un ambiente sano, costruttivo, davvero orientato al benessere delle persone. Ancora meno ovvio farlo in tempi di Working from Home, con manager impazienti di riavere tutti alla scrivania “perché così facciamo team”. Ma siamo sicuri che il team si costruisca con il “tutti in ufficio”? In certi contesti sì, di sicuro è così: ma allora significa che sono contesti in cui si è costruito un clima di rispetto reciproco e le persone sono felici di incontrarsi. Ma in altri contesti? E’ davvero così? E oggi che, ormai iniziato settembre, siamo tutti operativi, dove conviene che stiano le persone? A godersi i loro benefit in ufficio? Magari un ufficio dove l’atmosfera si taglia con il coltello? Non è meglio forse lasciarle libere di decidere, pur chiaramente negoziando le esigenze individuali con l esigenze organizzative?

 

L’effetto del rispetto: una comunicazione rispettosa sul lavoro guida la resilienza, il coinvolgimento e la soddisfazione sul lavoro tra i dipendenti all’inizio della carriera.

 

E’ uno studio recente che mi ha colpita. Te lo consiglio e lo puoi raggiungere qui ↗

 

Nulla di rivoluzionario, ma affronta la questione alla luce degli stravolgimenti della pandemia in corso. Dice, in estrema sintesi, che il bell’ufficio non serve a nulla se il clima in quell’ufficio è pessimo. E questo vale soprattutto per i giovani e giovanissimi, che si trovano in una fase esplorativa della loro carriera e che non si legano tanto al brand, quanto ai valori incarnati da alcune (di solito poche) persone che lavorano per quel brand.

 

Quindi – udite, udite – i giovani lavoratori danno importanza soprattutto al rispetto che trovano sul posto di lavoro. Perché una comunicazione rispettosa mette al centro l’individuo e i suoi bisogni: un manager che attiva questo tipo di comunicazione infonde sicurezza, fiducia, coraggio e senso di scopo alle persone che coordina. Le guida, le supporta, contribuisce al loro sviluppo. E lo fa perché ci crede. Perché sa che lo scopo di chi guida altre persone in un’organizzazione è favorire lo sviluppo di queste persone. Qui c’è tutta la differenza fra un manager che da vitalità all’azienda e un manager che ne consuma le risorse (umane).

Lontano dagli occhi, lontano dal Cuore

Tre elementi che possono dare vita al lavoro Smart

 

Lavorare in un ambiente sereno, dove la curiosità, la voglia di apprendere e lo sviluppo delle persone sono temi centrali nella cultura manageriale vince sui benefit sgargianti, in buona sostanza. Questo perché le persone hanno bisogni molto semplici, oserei dire primari. Gli stessi bisogni che hanno i bambini e che, in fondo, gli adulti conservano. Bisogno di riconoscimento, bisogno di ascolto. Bisogno di provare emozioni positive per sviluppare le proprie intelligenze. Bisogno di apprendere in un ambiente favorevole all’apprendimento. Bisogno di relazione, quella vera. Bisogno di sicurezza psicologica. Bisogno di fallire, e di imparare a farlo, per apprendere. Bisogno di essere vulnerabili e di avere l’esempio di chi condivide la propria vulnerabilità senza filtri, senza se e senza ma.

 

Mi si obietterà che così vengono meno le “fami”: fame di competizione, fame di fatturato, fame di “business” (chissà cosa poi vuol dire, oggi, business). Io rispondo che non vengono meno, ma che vengono regolate in maniera armonica, evitando sovraccarichi di stress alla mente e al corpo.

 

Bastano pochi gesti, semplici e naturali. Gratuiti. O, per lo meno, meno costosi dell’ultimo modello di biliardino, di ping pong, della biblioteca,. Bastano sguardi caldi e attenti, parole gentili e di supporto, occhi in grado di vedere al di là della performance e degli obiettivi da raggiungere.
Gesti gratuiti, dicevo. Gratuiti se siamo in grado di farli e di riceverli: molto costosi in caso contrario. Sì, perché se non siamo in grado di farli costano fatica, costano sforzo, costano allenamento. E allora capisco bene che anche il lavorare lontani, se questi gesti mancano, possa essere una liberazione.

 

Non si tornerà indietro. Il lavoro in remoto diventerà, lentamente, Smart, cioè intelligente. Ancora non lo è, ma lo diventerà. E saranno le persone a farlo diventare intelligente. Per renderlo davvero tale abbiamo bisogno di tre elementi. Come in una moderna alchimia, l’unione di questi tre elementi possono dare vita al lavoro Smart.

 

 → AUTOREGOLAZIONE. Il lavoro di oggi, ma anche di domani, deve essere autoregolato. Le persone devono imparare a organizzarsi e a ottimizzare il loro tempo. E i leader devono diventare facilitatori di un processo di diffusione e massimizzazione della leadership. Devono imparare, per primi, a ragionare davvero per obiettivi, e non per minuti passati in videocall.

 

→ SOSTENIBILITA’. Non è sostenibile pensare che tutti resteremo a lavorare da casa, per sempre. Questo è il “Covid-Working”, non è lavoro intelligente. Sostenibile è ciò che si accompagna armoniosamente ed ecologicamente alle esigenze di crescita, sviluppo e autorealizzazione di ogni persona e del suo ecosistema sociale, relazionale, affettivo e familiare.

 

→ RISPETTO (guarda un po’: una parola che ritorna). Ossia consapevolezza delle risorse dell’intero ecosistema: società, comunità, città, quartiere, azienda, scuola, istituzioni, lavoratore, famiglia. Per creare ambienti di lavoro rispettosi oggi non bastano manager rispettosi: occorre una progettazione sistemica che metta per davvero al centro lo “smart worker” e che analizzi i suoi bisogni (Tempo? Spazio? Concentrazione? Supporto familiare?).

 

La storia che ti ho raccontato volge al termine. Un po’ favola, un po’ flusso di coscienza, spero di averti trasmesso il mio punto di vista e alcune riflessioni su quelle che potrebbero essere chiare vie da percorrere.

 

Se sei un manager, se governi un’azienda, oggi hai l’opportunità incredibile di riscrivere il corso dell’organizzazione del lavoro nella tua azienda.

 

Mi piacerebbe parlarne insieme, dopo questo Remarks così intimo e nello stesso tempo così pubblico. Mi trovi qui: sarò felice di avere il tuo punto di vista.

 

Intanto, la storia prosegue. La stiamo scrivendo insieme.

Questo è Remarks. Il Touchpoint digitale di Catobi. Se ti fa piacere continuare a parlare di questi temi, ti basta iscriverti qui→

Carlo Tommaso Bisaccioni | Catobi

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La settimana scorsa, in compagnia di Federico Sbandi abbiamo parlato di come la pigrizia intellettuale è una patologia che insegue la maggior parte delle persone lungo tutto il percorso di vita e condanna il loro destino in modo ineluttabile. Federico, attraverso il racconto della sua esperienza, ha condiviso un decalogo che ha stilato per aiutarci compiere la scelta migliore per noi stessi e il nostro sviluppo di carriera che trovi nel Touchpoint 69°↗

 

Oggi con noi Stefania Padoa
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Ho visto aziende che voi umani…

 

C’era una volta una bambina che amava imparare. Oltre ad imparare le piaceva molto anche insegnare. Quando qualcuno le chiedeva Cosa vuoi fare da grande?” (domanda che oggi sconsiglio di fare ai bambini, se non volete fare la fine di chi chiede “dove si vede fra cinque anni”, ndr) rispondeva sicura: “L’insegnante!”.

 

I più si accontentavano di quella risposta, molto allineata alle aspettative che per l’epoca potevano esserci per una futura giovane donna. Alcuni – pochissimi, per la verità – chiedevano: “Perché?”. E a quel punto il volto della bambina si illuminava. E diceva: “Perché imparare è la cosa più bella del mondo. E io voglio aiutare tutti i bambini del mondo ad imparare sempre più cose. Perché imparare è davvero bellissimo!”.

 

Quella bambina oggi lavora con gli adulti. Non lavora in una scuola, ma lavora nelle aziende. E per tanti anni ha girato l’Italia e l’Europa portando in aula quel suo antico proponimento: aiutare “tutti i bambini del mondo” (sì, anche quelli un po’ cresciuti, ma in fondo chi è l’adulto se non il bambino che è stato?) a scoprire la bellezza dell’apprendimento. Perché l’apprendimento è la chiave dello sviluppo e dell’evoluzione dell’essere umano ed è un processo fisiologico, spontaneo, gioioso. E la missione della bambina si è fatta un po’ più complessa (del resto si sa, gli adulti complicano le cose): supportare le organizzazioni nei processi di cambiamento, attraverso lo sviluppo armonico delle persone. 

 

E così la bambina, giorno dopo giorno, ha visto tante cose.

 

Per esempio ha visto aziende organizzare team building a scopo benefico. Costruire giocattoli da donare ad un ospedale pediatrico. Ha visto cucinare e preparare pasti da distribuire a qualche Onlus. Ha partecipato, facilitato e guidato meeting in cui si pronunciavano paroloni: “valori”, “team”, “collaborazione”, “coraggio”, “generosità”. Ha creduto che quelle parole fossero vere. Tornava a casa la sera, stanca ma felice, pensando di aver contribuito in qualche modo all’inizio di qualcosa di nuovo. Il giorno dopo le hanno raccontato, in quella stessa azienda, di email al vetriolo mandate da quello stesso manager che, il giorno prima, si faceva un commovente selfie con i bambini increduli. E la bambina ha storto il naso, per la prima volta. Ma ha continuato a fare quello che faceva.

 

Ha visto aziende allestire cucine colorate e funzionali. Offrire gelati, frutta e salutari insalate d’estate; zuppe calde inverno. Andava spesso in quelle aziende, d’estate e d’inverno: notava che i mal di pancia delle persone c’erano in tutte le stagioni. Eppure il cibo era ottimo. E storceva il naso, ma continuava la sua vita.

 

Ha visto aziende con l’ultimo modello di biliardino, di ping pong, con la biblioteca, con il simulatore di realtà virtuale, con il solarium, con la piscina a sfioro, con il ponte tibetano, con la piscina di palline, con la zona relax. Ogni volta che andava da loro usciva stressata. Continuava la sua vita, ma le frullavano in testa sempre più frequentemente alcune domande, per esempio:

 

E se le Persone avessero bisogno di provare emozioni positive non una volta l’anno nei team building, ma tutti i giorni? E se avessero bisogno di mangiare senza che il boccone vada di traverso? Magari anche a casa propria e non solo nei sofisticatissimi ristoranti aziendali? E se volessero rilassarsi non in azienda, ma a casa propria? E se volessero stare di più a casa propria, invece che nel traffico, poi in ufficio e poi di nuovo nel traffico, 15-16 ore ogni giorno?

 

Le domande che si faceva le poneva prima di tutto a se stessa, interrogandosi sul senso di quello che stava facendo. Ogni tanto si rendeva conto di lavorare troppo, ma non riusciva a fermarsi, era più forte di lei. Si fermò – o meglio, ricorda che il mondo iniziò a girare ad una velocità diversa – solo quando, in una calda notte di maggio, piombò nella sua vita una creaturina urlante di neanche tre kg. Lì si fermò. E vivendo un tempo diverso, fatto di interminabili giorni e soprattutto di interminabili notti, ripensò a tutte quelle ore passate in autostrada o in stazione, a muoversi senza mai viaggiare veramente, a consumare chilometri, energie e sorrisi nella speranza di contribuire a cambiare anche solo qualcosa di piccolo e infinitesimale nella vita delle persone.

Un nero più nero del cigno

Forse non siamo così tanto diversi

 

Forse anche tu che leggi questo Remarks sai di cosa sto parlando. Forse anche il tuo stile di vita era (o forse è, nulla di male) simile a quello che ti ho descritto. Ma lasciami proseguire nella favola, perché come in tutte le favole c’è uno svolgimento a cui segue una dolorosa ricerca di un nuovo equilibrio. Il classico viaggio dell’Eroe, in buona sostanza.

 

Dov’ero rimasta? Ah sì. Ecco. Dove arriva il bello. Si era fermata. E si sentiva terribilmente in colpa per questo. Tagliata fuori dalla frenesia in cui aveva vissuto per anni, impiegò pochi mesi – con non poca fatica e versando non poche lacrime – a tornare alla “vita di prima”, che comunque aveva un sapore diverso. 

 

Ogni tanto leggeva di organizzazioni che avevano abbracciato uno stile di lavoro remoto, per sempre e per tutti, fornitori compresi e pensava: “Come sarebbe bello! Meno corse, meno ore spese nel traffico, meno angosce per le code o gli incidenti in autostrada” e subito dopo aggiungeva “Impossibile. Questo lavoro richiede presenza. Davvero impossibile”. E del resto, le poche volte che, stravolta dalla stanchezza, aveva proposto ad un cliente di incontrarsi in remoto (sì, Zoom esisteva anche nel 2019) si era sentita rispondere che la sua presenza era indispensabile.

 

Il 21 febbraio 2020, improvvisamente, quella presenza divenne meno indispensabile. Il resto lo sappiamo.

 

Ora basta parlare di me, anche se, se vuoi sapere come prosegue la storia, sarò felice di raccontartela (sì, perché ci sono decisamente dei colpi di scena). Prendiamoci pure 30min insieme, mi trovi su LinkedIn↗

 

Scrivo questo Remarks durante l’estate 2021. Siamo al secondo anno di pandemia, una pandemia che non intende ancora mollare il colpo. Un secondo anno di pandemia in cui il più delle volte, nonostante l’arcobaleno dei colori in cui transitavano le nostre Regioni, abbiamo visto nero. Un nero più nero del cigno.

Millenial Fatti più in la

Tutto il resto è retorica e zuccheroso Employer Branding.

 

Si sa, molti Millennials si sono fatti affascinare da benefit luccicanti. Poi però è arrivata la pandemia, e una volta chiusi in casa se anche in azienda hai la piscina te ne fai poco. Soprattutto se hai avuto a che fare con tamponi, DAD e altre amenità: quella piscina, che magari hai usato due volte in tutto perché poi – parliamoci sempre chiaro – non è che vai in azienda per farti una nuotata – perde ancora di più appeal.

 

Eh sì. Durante i lockdown abbiamo capito che esistono poche, pochissime cose indispensabili per stare bene. Tutto il resto è retorica e zuccheroso Employer Branding.

 

Millennials attempati e meno attempati, ma anche tanti Zeta, se vogliamo usare questa logica che vede contrapposti i noi e i loro, la “nostra generazione” e la “loro generazione” – logica che abbatterei volentieri, dal momento che i confini sono molto più sfumati – hanno sbattuto il naso nella ricerca di questi benefit. Li hanno cercati, ne hanno usufruito, beandosi di stare in un ufficio più bello, più grande, più confortevole, più luminoso di casa propria. Ma siamo sicuri che questi benefit siano stati davvero fonte di retention (usiamo questa parola, come “quelli bravi”)? La soddisfazione sul luogo di lavoro, il sentirsi parte di qualcosa di più grande di noi, arriva davvero dalla piscina aziendale? O arriva, forse, dalla creazione di un luogo sicuro – quella sicurezza psicologica di cui tutti parlano, ma che pochi creano, guarda un po’ -, dal costruire giorno per giorno un ambiente in cui anche i Minimi Comportamenti Quotidiani parlino di rispetto reciproco?

 

Sai, questa domanda me la sono posta già tante volte. La risposta è ovvia: meno ovvio è costruire un ambiente sano, costruttivo, davvero orientato al benessere delle persone. Ancora meno ovvio farlo in tempi di Working from Home, con manager impazienti di riavere tutti alla scrivania “perché così facciamo team”. Ma siamo sicuri che il team si costruisca con il “tutti in ufficio”? In certi contesti sì, di sicuro è così: ma allora significa che sono contesti in cui si è costruito un clima di rispetto reciproco e le persone sono felici di incontrarsi. Ma in altri contesti? E’ davvero così? E oggi che, ormai iniziato settembre, siamo tutti operativi, dove conviene che stiano le persone? A godersi i loro benefit in ufficio? Magari un ufficio dove l’atmosfera si taglia con il coltello? Non è meglio forse lasciarle libere di decidere, pur chiaramente negoziando le esigenze individuali con l esigenze organizzative?

 

L’effetto del rispetto: una comunicazione rispettosa sul lavoro guida la resilienza, il coinvolgimento e la soddisfazione sul lavoro tra i dipendenti all’inizio della carriera.

 

E’ uno studio recente che mi ha colpita. Te lo consiglio e lo puoi raggiungere qui ↗

 

Nulla di rivoluzionario, ma affronta la questione alla luce degli stravolgimenti della pandemia in corso. Dice, in estrema sintesi, che il bell’ufficio non serve a nulla se il clima in quell’ufficio è pessimo. E questo vale soprattutto per i giovani e giovanissimi, che si trovano in una fase esplorativa della loro carriera e che non si legano tanto al brand, quanto ai valori incarnati da alcune (di solito poche) persone che lavorano per quel brand.

 

Quindi – udite, udite – i giovani lavoratori danno importanza soprattutto al rispetto che trovano sul posto di lavoro. Perché una comunicazione rispettosa mette al centro l’individuo e i suoi bisogni: un manager che attiva questo tipo di comunicazione infonde sicurezza, fiducia, coraggio e senso di scopo alle persone che coordina. Le guida, le supporta, contribuisce al loro sviluppo. E lo fa perché ci crede. Perché sa che lo scopo di chi guida altre persone in un’organizzazione è favorire lo sviluppo di queste persone. Qui c’è tutta la differenza fra un manager che da vitalità all’azienda e un manager che ne consuma le risorse (umane).

Lontano dagli occhi, lontano dal Cuore

Tre elementi che possono dare vita al lavoro Smart

 

Lavorare in un ambiente sereno, dove la curiosità, la voglia di apprendere e lo sviluppo delle persone sono temi centrali nella cultura manageriale vince sui benefit sgargianti, in buona sostanza. Questo perché le persone hanno bisogni molto semplici, oserei dire primari. Gli stessi bisogni che hanno i bambini e che, in fondo, gli adulti conservano. Bisogno di riconoscimento, bisogno di ascolto. Bisogno di provare emozioni positive per sviluppare le proprie intelligenze. Bisogno di apprendere in un ambiente favorevole all’apprendimento. Bisogno di relazione, quella vera. Bisogno di sicurezza psicologica. Bisogno di fallire, e di imparare a farlo, per apprendere. Bisogno di essere vulnerabili e di avere l’esempio di chi condivide la propria vulnerabilità senza filtri, senza se e senza ma.

 

Mi si obietterà che così vengono meno le “fami”: fame di competizione, fame di fatturato, fame di “business” (chissà cosa poi vuol dire, oggi, business). Io rispondo che non vengono meno, ma che vengono regolate in maniera armonica, evitando sovraccarichi di stress alla mente e al corpo.

 

Bastano pochi gesti, semplici e naturali. Gratuiti. O, per lo meno, meno costosi dell’ultimo modello di biliardino, di ping pong, della biblioteca,. Bastano sguardi caldi e attenti, parole gentili e di supporto, occhi in grado di vedere al di là della performance e degli obiettivi da raggiungere.
Gesti gratuiti, dicevo. Gratuiti se siamo in grado di farli e di riceverli: molto costosi in caso contrario. Sì, perché se non siamo in grado di farli costano fatica, costano sforzo, costano allenamento. E allora capisco bene che anche il lavorare lontani, se questi gesti mancano, possa essere una liberazione.

 

Non si tornerà indietro. Il lavoro in remoto diventerà, lentamente, Smart, cioè intelligente. Ancora non lo è, ma lo diventerà. E saranno le persone a farlo diventare intelligente. Per renderlo davvero tale abbiamo bisogno di tre elementi. Come in una moderna alchimia, l’unione di questi tre elementi possono dare vita al lavoro Smart.

 

 → AUTOREGOLAZIONE. Il lavoro di oggi, ma anche di domani, deve essere autoregolato. Le persone devono imparare a organizzarsi e a ottimizzare il loro tempo. E i leader devono diventare facilitatori di un processo di diffusione e massimizzazione della leadership. Devono imparare, per primi, a ragionare davvero per obiettivi, e non per minuti passati in videocall.

 

→ SOSTENIBILITA’. Non è sostenibile pensare che tutti resteremo a lavorare da casa, per sempre. Questo è il “Covid-Working”, non è lavoro intelligente. Sostenibile è ciò che si accompagna armoniosamente ed ecologicamente alle esigenze di crescita, sviluppo e autorealizzazione di ogni persona e del suo ecosistema sociale, relazionale, affettivo e familiare.

 

→ RISPETTO (guarda un po’: una parola che ritorna). Ossia consapevolezza delle risorse dell’intero ecosistema: società, comunità, città, quartiere, azienda, scuola, istituzioni, lavoratore, famiglia. Per creare ambienti di lavoro rispettosi oggi non bastano manager rispettosi: occorre una progettazione sistemica che metta per davvero al centro lo “smart worker” e che analizzi i suoi bisogni (Tempo? Spazio? Concentrazione? Supporto familiare?).

 

La storia che ti ho raccontato volge al termine. Un po’ favola, un po’ flusso di coscienza, spero di averti trasmesso il mio punto di vista e alcune riflessioni su quelle che potrebbero essere chiare vie da percorrere.

 

Se sei un manager, se governi un’azienda, oggi hai l’opportunità incredibile di riscrivere il corso dell’organizzazione del lavoro nella tua azienda.

 

Mi piacerebbe parlarne insieme, dopo questo Remarks così intimo e nello stesso tempo così pubblico. Mi trovi qui: sarò felice di avere il tuo punto di vista.

 

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